La Musica

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I canti della Terra del Vulcano

L’idea di proporre questo tema e` di notevole spessore artistico-socio-culturale visto l’enorme patrimonio culturale, teatrale e musicale della tradizione popolare campana sia orale che scritta.
I canti della Terra del Vulcano e` un percorso artistico-culturale che gira intorno al vulcano geograficamente, e che racchiude l’essenza della cultura contadina espressa sotto forma di canto. Un viaggio completo all’interno del mondo popolare delle campagne.

Il repertorio popolare non viene riproposto in maniera arbitraria, ma poggiato su sistemi colti come per esempio la scrittura e l’elaborazione metrica.
Un lavoro di questo genere ha comportato anni di ricerca sul campo di vari e noti musicologi.
Roberto De Simone, Diego Carpitella, Alan Lomax sono andati ad indagare durante le feste popolari, a raccogliere interviste nei paesini dell’entroterra campano, a trovare tracce superstiti di una tradizione che è quasi andata in frantumi. Contemporaneamente, l’attenzione è stata anche rivolta al documento di tradizione colta: materiale di biblioteca, articoli, ma anche saggi su forme espressive passate come villanelle, laudi e strambotti assolutamente necessari per il recupero e la riattualizzazione delle musiche tradizionali dell’area campana.

La villanella,
o canzone villanesca in musica, è una forma di canzone profana nata in Italia nella prima metà del XVI secolo. Apparsa inizialmente a Napoli, influenzò la più tarda forma della canzonetta e – in seguito – del madrigale. L'argomento delle villanelle era generalmente rustico, comico e spesso satirico: di frequente si parodiava il manierismo della musica di allora, frequente ad esempio nei madrigali. Lo schema delle rime nelle prime forme napoletane è in genere: abR abR abR ccR.
La villanella divenne una delle forme musicali più popolari in Italia verso la metà del XVI secolo. Le prime villanelle erano eseguite da tre voci a cappella.
I primi compositori di villanelle furono i napoletani Giovanni Domenico da Nola e Giovan Tomaso di Maio; più tardi si cimentarono in questa forma anche compositori di altre città, tra cui Adrian Willaert, Luca Marenzio, Adriano Banchieri, Orlando di Lasso e altri.

La “tammurriata”
Come principale funzione questo canto ha come accompagnamento ad un ballo tradizionale.
Il canto e` preso dai versi di un tradizionale “corpus” come strambotti, e la struttura musicale di questo esempio di canto si chiude ogni due versi (ogni Distico) con un ritmo essemzialmente binario. La parte maschile e` cantata regolarmente in una tessitura molto alta ripetendo I versi da due a Quattro volte. L’articolazione dei versi e` cosa alquanto complicata anche perché é frutto di una totale interpretazione del singolo e del momento (uno specifico rito, festa, ricorrenza etc etc).

La Tarantella
In Campania il termine Tarantella accomuna diverse espressioni musicali tra cui la Tammurriata anche se le scansioni ritmiche sono del tutto differenti fra di loro. La prima ha una scansione ritmica ternaria e la seconda binaria. Una viva tradizione di Tarantella e` riferita a danze processionali, come danza di coppia. L’etimologia del termine tarantella si deve collocare all’interno di vari vocaboli: taranta, tarantola, tarantato, tarantolato, tarantella, Taranto. Tutti hanno come radice linguistica comune Taranto. Un’altra possibile etimologia di Tarantella rimanda il termine tarentinula o tarantinidion, le vesti discinte, quasi oscene che usavano i danzatori nei baccanali.
Il tarantismo rimanda ai culti orgiastici dell’antichità greca legati al culto dionisiaco. Dyonisos era il dio più importante della regione tarantina, infatti nel corso delle dionisie tutta la città si trovava in uno stato di ebbrezza. Nel Medioevo i culti furono repressi dalla Chiesa e le manifestazioni orgiastiche si verificavano solo in alcuni momenti dell’anno ed in particolari manifestazioni popolari.

La tarantella napoletana nasce nel XVIII secolo, quando si ha un’involuzione e crisi del tarantismo. Quest’ultimo nell’area napoletana perde ogni valenza simbolica e diventa danza.
Gli strumenti: La tarantella napoletana presenta strumenti a fiato, a corda e a percussione come nella tradizione tarantina ma introduce strumenti popolari autoctoni (il puti-pu, lo scetavajasse, le nacchere) e stranieri ( il triccabballacco) privilegiando la componente ritmica.
La gestualità: le posizioni sono scandite da fasi precise: in piedi, caduta al suolo e movimenti in terra complicati da altre figure e passi (salto, ruota, voltata, accostamento, abbraccio finale)

Il canto: La tarantella napoletana è accompagnata da canti che hanno un nucleo erotico-sessuale. Molte furono le canzoni cantata sulla musica della tarantella, citiamo solo Cicerenelle, Zí Catone. La più famosa è Lo Guarracino, storia di un pesce “guarracino” che, decidendo di sposarsi con una “sardella”, provoca una violenta battaglia tra tutti gli abitanti del mare. Il canto non è solo una favola marina ma racchiude anche allusioni alla rivolta di Masaniello e nasconde significati erotico-esoterici.

Le “Fronne”
E` una particolare forma di canto Campano, eseguito a distesa, cioe` senza accompagnamento strumentale. Nella tradizione dei testi usati si attinge ad un vasto repertorio che varia in base alle circostanze, e le cui tematiche articolate come dialogo si riferiscono all’amore, sfide, al sesso e alla morte. Le “Fronne” sono uno dei piu` antichi modelli di lamentazione funebre in Campania. Lo dimostra anche il fatto che il cantante di Fronne porta sempre la mano alla guancia per cantare (gesto caratteristico della lamentazione funebre). Dal punto di vista melodico e` presente una complessa articolazione. Caratteristico e` l’uso di microintervalli e di fioriture cromatiche.

Nella città di Napoli si riversano sin dal 1500 grandi masse di gente proveniente dalle campagne, creando le condizioni per una cultura il cui limite tra contadina e urbana risulta molto labile; nella città convivono modelli musicali arcaici, collegati ai rituali contadini, con l’elaborazione di nuovi modelli espressivi, adatti a coprire le esigenze di consumo musicale di carattere
urbano.
Danze e canti di origine contadina si evolvono da uno stile “rumoroso” e “duro” verso uno stile più “dolce” e “melodico”, tramite artigiani musicali che si servono di versi autentici tradizionali adattandoli a nuove melodie.
Ancora oggi i versi che si cantano nelle tammurriate sono spesso gli stessi di alcune canzoni napoletane che in città sono molto conosciute, ma in forma affatto diversa, e che in provincia vengono identificate come canzoni napoletane, ma
non adatte al ballo tradizionale.
Si tratta di canzoni costruite sui versi tradizionali preesistenti, ma con una struttura ritmica e melodica del tutto diversa.
Sulle autentiche melodie popolari non esistono naturalmente testimonianze scritte, sia perché impossibili da trascrivere, sia perché eventuali prodotti a stampa non erano diretti al popolo, ma piuttosto ai musici artigiani, ai viaggiatori (turisti dell’epoca), e anche alla classe aristocratica che se ne dilettava!
L’artigiano musicale “addolciva” le musiche contadine troppo “dure” e adatte solo al momento “rituale”, rielaborandole in melodie più facili all’ascolto e accompagnate da strumenti a corda, meno rumorosi dei tamburi e delle nacchere che invece accompagnavano i balli contadini.
Tradizione musicale a Napoli significa dunque tradizione musicale contadina innestata nel tessuto urbano.
Occasioni rituali sono le feste religiose, momenti di sincretismo tra la cultura pagana e quella religiosa cattolica, vive e ricorrenti in area Contadina.
La cultura della nostra terra è un albero che affonda le sue radici nel mondo della civiltà contadina.
Tuttavia il mondo contadino Campano, una regione che di agricoltura ha sempre vissuto, e` ricca di riti di feste e di tanti elementi che contengono un arcaico simbolismo trasmesso di generazione in generazione. Un mondo fantastico ricco di riti pagani, collegati alla religione (si guardi al rapporto che il contadino ha con le fiamme che rappresentano la purificazione). La cultura contadina ha rischiato così, perché non scritta, di andare dispersa. E si tratta di una cultura di importanza fondamentale.
Coltivare la terra è cultura; anzi più che cultura. È un rito. È magia.

I Canti della Terra del Vulcano vogliono quindi essere un viaggio all'interno di questa magica ritualità contadina in tutte le sue declinazioni, dalla dimensione pagana a quella del canto devozionale. Dalla tradizione popolare, al ballo popolare, alla musica "colta"